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La psicosi della Guerra fredda

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Nel 1947, mentre si trova a Washington, Jean Monnet, un “costruttore dell’Europa unita”, scrive al Primo Ministro di Francia che avverte in Europa la psicosi della Guerra fredda. L’alleanza anti-nazista si è dissolta, l’Unione Sovietica è il nuovo nemico dell’Occidente, il comunismo si espande in Europa e in Asia (Cina). Gli Stati Uniti sviluppano la dottrina del contenimento, grazie a George Kennan, un loro diplomatico di stanza a Mosca.

Il contenimento è la strategia che l’Occidente capitalista deve applicare per contenere il comunismo. Si basa sul consolidamento delle allora fragili democrazie europee, in primis  di Germania Ovest e Italia, le potenze sconfitte, e sul rafforzamento militare del Continente “libero”. La NATO, più o meno coeva, ammette in ritardo proprio Bonn e Roma per completare la cintura di sicurezza attorno all’egemonia comunista. I due paesi hanno infatti una frontiera comune con quel mondo. La Germania ce l’ha letteralmente in casa, l’Italia condivide il confine con la Jugoslavia, di cui apprezzerà il successivo non allineamento come presa di distanza  da Mosca.

Monnet scrive, profeticamente, che solo “la Federazione europea” è idonea a garantire la pace in Europa. La Federazione deve comprendere i paesi continentali, non importa quale sia stata la loro posizione nella Guerra appena terminata, nonché “l’Inghilterra”. Di qui parte la sua elaborazione di un patto europeo che comprenda la condivisione dei prodotti strategici di acciaio e carbone e la difesa comune.

Sulla difesa comune incombe la damnatio memoriae che la esclude dal dibattito europeo dopo il fallimento della Comunità Europea di Difesa nel 1954. Se ne riparla ai primi Novanta e nei Duemila, grazie ai successivi Trattati sull’Unione europea (Maastricht e Lisbona).

A gennaio 2022, Emmanuel Macron inaugura a Strasburgo il semestre di presidenza francese del Consiglio UE con la parola d’ordine della sovranità europea. Tenta la crasi politica fra due elementi finora inconciliabili: la resistenza delle sovranità nazionali nelle questioni di bandiera (la difesa ne è il simbolo), la sovranazionalità delle istituzioni europee. Che l’Unione preservi il concetto “sacro” della sovranità ma assortendola dell’aggettivo “europeo”, che le conferisce un’accezione alta e in linea con i tempi.

Il vento gelido spira da Est, e non solo perché siamo in pieno inverno. La Russia tenta la manovra di accerchiamento dell’Ucraina da tutti i lati di terra e di mare, fatto salvo l’occidentale perché occupato dagli stati UE. Quali siano gli obiettivi del Cremlino in ultima istanza, è difficile capire. Ci prova l’intelligence britannica: Putin vorrebbe insediare a Kiev un governo filo-russo, affidato a qualche seguace dell’ex Presidente Yanukovich. Dunque una minaccia militare per ottenere un risultato di politica interna.

Altri ipotizzano una guerra guerreggiata per dissuadere l’Ucraina da qualsiasi resistenza e costringere gli Occidentali a vedere il gioco. Sono pronti a morire per Kiev? La minaccia è diretta anche agli Europei, che si sono finora tenuti sottocoperta, quasi che il caso fosse di competenza solo americana. Non è così. Rischiamo di finire al freddo pure noi.

In caso di conflitto, la Russia chiude i rubinetti del gas, di cui l’Unione si rifornisce nella misura del 40% del fabbisogno globale. Per contro applichiamo sanzioni pesanti alla Russia: questa perde molti vantaggi, ad esempio l’accesso ai mercati finanziari internazionali, ma noi perdiamo quote di esportazioni.

Per non parlare dello scenario peggiore: la chiamata alle armi. Finora la mobilitazione si limita alle esercitazioni navali nel Mediterraneo orientale e all’imbocco del Mar Nero. Nelle manovre sono impegnate le navi italiane.

La campana suona anche per noi. Speriamo che esegua lo spartito della diplomazia. Blinken e Lavrov si sono appena incontrati a Ginevra, rilasciando ciascuno dichiarazioni contrastanti sul contenuto dei colloqui. Si incontreranno di nuovo. E finché si parla non si spara.

di Cosimo Risi

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