L’impennata dei costi, le ansie dei consumatori (di Tony Ardito)

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“Bisogna intervenire per contenere il caro energia e ridurre la dipendenza dall’estero per l’importazione di prodotti alimentari”. È l’allarme lanciato dal presidente di Coldiretti, Cesare Prandini. I dati Istat sull’inflazione a febbraio evidenziano un’impennata del 45,9% per l’energia.

I prezzi al consumo di questi ultimi e delle bevande schizzano del 4,6% con il rincaro dei beni energetici che si trasferisce sulla filiera agroalimentare e colpisce agricoltori che sono costretti a vendere sottocosto e i consumatori, con ben 5,6 milioni di italiani che si trovano in condizioni di povertà assoluta, in difficoltà nel fare la spesa.

In un Paese come il nostro in cui l’85% delle merci per arrivare sugli scaffali viaggia su strada, l’aumento dei prezzi di benzina e gasolio ha un effetto valanga sui costi delle imprese e sulla spesa di consumatori con il rischio di alimentare psicosi, accaparramenti e speculazioni.

L’aumento dei costi si estende all’intera filiera agroalimentare, dai campi all’industria di trasformazione fino alla conservazione e alla distribuzione ed occorre intervenire nell’immediato per contenerli e non far chiudere le attività produttive e distributive essenziali al Paese.

Secondo la nota organizzazione degli agricoltori, se i prezzi per le famiglie corrono, i compensi riconosciuti agli agricoltori e agli allevatori non riescono neppure a coprire i costi di produzione, con il balzo dei beni energetici che si trasferisce infatti a valanga sui bilanci delle imprese agricole, costrette a vendere sottocosto pure per effetto di pratiche sleali che scaricano sull’anello più debole della filiera.

Olio di semi (girasole, mais, ecc.) +19%; verdura fresca +17%; pasta +12%; burro; +11% frutti di mare +10%; farina +9%; margarina +7%; frutta fresca +7%; pesce fresco +6%; carne di pollo +6%. A causa dell’impennata dei costi energetici l’agricoltura deve pagare una bolletta aggiuntiva di almeno 8 miliardi rispetto all’anno precedente, il che mette a rischio coltivazioni e allevamenti.

L’auspicio è che l’Italia punti subito a incrementare la propria produzione di cibo recuperando lo spazio sino a oggi occupato dalle importazioni che sono sempre più esposte a tensioni internazionali e di mercato, lavorando per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione, come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali.

di Tony Ardito

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