Elezioni francesi e integrazione europea (di Cosimo Risi)

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Mentre si vota in Francia per il nuovo presidente (la nuova presidente) della Repubblica, mentre in Italia si celebra il rituale delle primarie PD in attesa del vero voto, l’Europa continua a interrogarsi su se stessa.

Resisterà alle ondate populistiche che si tingono di nazionalismo o, come usa oggi, di sovranismo? Un corto circuito intellettuale sembra sopraffare l’Unione, un dilemma che neppure quello di Amleto.

Perché i movimenti politici che si richiamano al popolo, al punto da essere qualificati di populisti, sono anche nazionalisti – sovranisti? Ci sta un fossato incolmabile fra la sovranità popolare, che si vuole nazionale, e la sopranazionalità europea?

Nella rappresentazione di quei movimenti appare che il popolo voglia comandare in casa propria ed escludere altri poteri, massimamente quelli tecnocratici di Bruxelles e Francoforte, della Commissione europea di Juncker e della Banca Centrale Europea di Draghi.

L’Unione si reca figurativamente dallo psicanalista come noi portiamo l’automobile in officina per il tagliando. Ha bisogno che qualcuno le rammenti la sua ragione d’essere: che la rimetta in carreggiata per proseguire la corsa. Corsa verso dove?

Ecco la domanda fondamentale cui noi europei fatichiamo a rispondere. Non avvertivano la stessa fatica i padri fondatori, alcuni dei quali furono i protagonisti  della Liberazione che stiamo per celebrare il 25 aprile.

Non è uno psicanalista ma uno dei massimi scrittori viventi, Abraham Yehoshua. Da israeliano imbevuto di cultura occidentale, avendo negli anni insegnato alla Sorbona di Parigi, egli  suggerisce la risposta adatta al nostro malessere esistenziale. Ormai ottantenne e fresco vedovo come ricorda commosso davanti alla telecamera RAI, Yehoshua ha lo smalto dei giorni migliori e si esprime con la stessa energia di quando lo accompagnai in un giro di conferenze per la Toscana.

Nella tappa a Viareggio diede vita ad un simpatico teatrino. Ci stava la partita della nazionale italiana e contemporaneamente si svolgeva una cena in suo onore. Risolse il dilemma pregandomi di cercarlo a metà cena, e a metà partita, con una scusa qualsiasi. Si allontanò così dai commensali per seguire la partita in TV. L’Italia vinse e si compiacque di averci portato fortuna. Vincemmo il campionato mondiale. Correva l’anno 2006.

Ora da Torino lo scrittore richiama l’Europa al suo dovere di paladina della civiltà occidentale. Voi siete forti e uniti, esibite la vostra forza e la vostra unità al mondo intero, indicate ai popoli la via della libertà.

Siate orgogliosi del vostro destino di portatori di un grande messaggio. Il mondo alla fine vi seguirà. Non contate sull’America di Trump, che questo ruolo non può esercitarlo. Contate sulla forza delle vostre idee e del vostro esempio.

Yehoshua vive fra Haifa e Tel Aviv, le città tradizionalmente progressiste di Israele. Si professa ebreo di nazionalità e non di religione. E’ il testimone laico di una visione del mondo che coincide con quella europea.

E’ soprattutto uomo avvezzo ai contrasti, quelli seri e persino fatali del Medio Oriente, dove il conflitto si combatte sul campo e non negli studi televisivi e sui social media. Se avverte l’imperativo di un appello all’Europa perché si dia da fare, c’è da mostrargli rispetto.

Le elezioni francesi, su cui pesa l’incognita del terrorismo d’ispirazione mediorientale, possono essere la prima adesione all’appello. Ne sapremo di più fra una quindicina di giorni dopo il  ballottaggio. Che la République ce la mandi buona.

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