Il mezzo secolo di Azzurro e gli ottantuno anni di Paolo Conte (di Cosimo Risi)

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Azzurro, quelli della mia generazione, la sentirono per la prima volta alla radio nella trasmissione di Renzo Arbore per la voce di Adriano Celentano. Era una ballata, quasi una filastrocca, inusuale nel repertorio del giovane rockettaro. La canzone aveva delle iperboli, dei salti logici, delle immagini ardite, da lasciare interdetti quanti erano ancorati alle rime baciate.

Il baobab ad africanizzare un giardino italiano, “e neanche un prete per chiacchierar”. Il pomeriggio è troppo azzurro e lungo, sono i primordi dell’ora legale, le giornate non sono funestate dalle bombe d’acqua,  l’estate è doverosamente secca.

Alle spalle di Celentano – lo apprendemmo dopo – ci stava quel singolare autore di Asti, l’avvocato Paolo Conte, che non cantava i propri pezzi per timidezza da provinciale e voce da fumo. Il successo del pezzo fu clamoroso, Conte uscì allo scoperto esibendo la voce che si è fatta sempre più roca col tempo. In occasione dei cinquanta anni di Azzurro, l’ottantunenne cantautore riedita la canzone nel disco in uscita.

Paolo Conte è una gloria nazionale. A Bruxelles, primi anni novanta, si diffuse la voce presso la comunità italiana “bene”, quella dei palazzi europei, che Conte avrebbe dato un solo concerto. I biglietti erano introvabili, non essendoci internet, ci affollammo inutilmente al botteghino: tutto venduto.

Le proteste montarono, gli organizzatori spostarono il concerto dal teatro al palazzetto dello sport: una cornice insolita per Conte. Il mio vicino belga mi chiese di tradurre l’italiano di Conte, gli obiettai che tradurre una canzone non era facile. L’ovazione finale richiamò l’artista più volte sul palco. Conte era le “chansonnier italien” per eccellenza.

Ascoltai l’ultima volta Conte dal vivo pochi anni fa a Saint – Moritz. Il ridotto dell’albergo era affollato del pubblico anziano e benestante del luogo, fra i più cari di Svizzera e dunque del mondo. La mia vicina mi chiese di tradurre il discorso di Conte, non le canzoni, lei le ripeteva a memoria pur ignorandone il significato.

La voce di Conte, flebile di suo, era quasi impercettibile per il cattivo audio della sala. Alla fine l’albergatore mi chiese se volessi portare all’artista i saluti dell’Ambasciata d’Italia. Mi schernii, cosa dire a Conte se non che stava onorando l’Italia. Egli continua ad onorarla a  mezzo secolo da Azzurro.

Ora che si fa un gran parlare di eccellenze italiane, Conte merita l’appellativo. Lo merita Renzo Piano con le sue vertiginose architetture, lo merita Fabiola Gianotti con le particelle del CERN, lo merita Ennio Morricone che a novanta anni ci celebra attraverso la musica.

Ora che si fa un gran parlare della bocciatura dei conti italiani da parte europea, ci assale un senso di vergogna. L’Italia, uno dei sei membri fondatori dell’Unione, è accusata di trasmettere cifre taroccate per nascondere il reale tasso di deficit.

La Grecia truccò i conti per entrare subito nella zona euro e conosciamo l’effetto nefasto dell’operazione. Il solo trovarci sulla stessa linea di fuoco di Atene dovrebbe indurci alla resipiscenza. Invece di accusare i burocrati della Commissione, che tali non sono, di pregiudizio nei nostri confronti, dovremmo impegnare noi stessi e loro alla franca discussione.

Uno stato membro fondatore non può né deve tradire il lignaggio di avere visto giusto alla firma dei Trattati di Roma nel 1957, undici anni prima di Azzurro, che interpretava il desiderio di andare al di là del giardino.

Conte, Piano, Gianotti, Morricone non ci perdonerebbero di avere vanificato i loro sforzi di gloria con l’ingloriosa retrocessione dietro alla lavagna. A Bruxelles non c’è bisogno di battere i pugni per farsi ascoltare, basta la buona reputazione. Il capitale reputazionale è duro da accumulare quanto facile da dissipare.

di Cosimo Risi

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