La storia di Lisa tra lavoro e giustizia (di Tony Ardito)

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“Sono contentissima, in questi mesi ho cercato di non perdere mai la speranza, l’ho fatto per i miei tre figli che mi hanno sostenuto in questa battaglia.

Non sapevo fosse vietato portare via oggetti dai rifiuti quel giocattolo me l’aveva consegnato un collega. Ci sono voluti tre gradi di giudizio ma alla fine la verità è venuta fuori”.

Sono le parole pronunciate, ad esito del giudizio che le ha restituito innanzitutto il posto di lavoro, da Aicha Elizabethe Ounnadi, detta Lisa, l’operatrice ecologica che tre anni fa fu licenziata dalla azienda Cidiu Servizi di Collegno, il consorzio che si occupa della raccolta dei rifiuti nella cintura Ovest di Torino.

La donna prelevò dalla spazzatura un monopattino. Il giudice, in primo grado, benché valutò come eccessivo il provvedimento di licenziamento, non ne dispose il reintegro, in quanto il comportamento della ex dipendente venne giudicato “equiparabile ad un furto”.

La 41enne, sin da subito, aveva ricusato ogni addebito. Il monopattino era stato recuperato accanto ad un cassonetto da un collega e lei lo aveva portato a casa al figlio di 8 anni. Nonostante quel giocattolo fosse stato rinvenuto tra i rifiuti, era comunque da ritenersi, a tutti gli effetti, un bene aziendale. Il fatto destò un certo clamore ed anche una forte mobilitazione, con tanto di interpellanza parlamentare.

Fortunatamente per Lisa, la recentissima sentenza emessa dai giudici della sezione Lavoro della Corte d’Appello di Torino ha ribaltato la situazione. “L’assenza di consapevolezza dell’esistenza del divieto di asportare i rifiuti è imputabile all’azienda” mentre il fatto sostanzialmente addebitato alla Ounnadi è inapprezzabile sotto il profilo disciplinare e non rappresenta un inadempimento talmente grave da giustificare il licenziamento. La Cidiu dovrà, altresì, risarcire la donna di 12 mensilità.

Questa storia a lieto fine pone ancora una volta l’accento sulla indispensabilità della giustizia, come su quella del mondo del lavoro e su quanto l’una sia indissolubilmente propedeutica all’altro.

Al di là del ruolo che ciascuno può ricoprire, tutti, tutti dovremmo saper tenere sempre a mente che il lavoro è progresso, perché è sinonimo di sviluppo e modernità. Il lavoro è civiltà, perché oltre a garantire benessere ai singoli, concorre a determinare la crescita delle comunità. Il lavoro è giustizia perché ci aiuta a ricordare che è premessa indispensabile alla equità sociale e non solo. E, non da ultimo, il lavoro è rispetto, profondo rispetto.

Tony Ardito

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