La Giornata della Memoria in Israele (di Cosimo Risi)

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Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa entra nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau e rivela al mondo l’orrore della Shoah. Israele celebra l’evento 75 anni dopo con una clamorosa manifestazione a Gerusalemme. Partecipano ben 45 delegazioni straniere a livello Capi di Stato e di Governo, per l’Italia il Presidente della Repubblica.

Non mancano le polemiche prima e durante la cerimonia. Il Presidente ucraino Zelenskyj, ebreo, è presente ma non è ammesso a parlare. Il Presidente polacco Duda diserta l’appuntamento perché gli organizzatori non prevedono il suo discorso in scaletta mentre danno la parola al Presidente russo Putin. Auschwitz-Birkenau si trova in Polonia ed infatti, il 27 gennaio, Duda si trova là a commemorare.

La polemica fra Israele e Polonia dura dal 2018, quando Varsavia adottò la legge che negava le responsabilità polacche nello sterminio relegandole ai soli tedeschi. Ma è tutto l’atteggiamento illiberale della Polonia a venire in discussione anche a livello europeo.

Il posto d’onore riservato a Putin è dovuto alle ragioni storiche: la Russia è l’erede dell’Unione Sovietica che aprì il campo. E’ un tributo alla centralità di Mosca nelle vicende mediorientali. Israele conta sulla vigilanza russa affinché le milizie filoiraniane di stanza in Siria non si avvicinino al confine. L’aviazione israeliana si affida alla benevolenza della contraerea, manovrata dai russi, per le sue incursioni in Siria a caccia di bersagli strategici.

Il Presidente tedesco Steinmeier è presente e ripete l’assunzione di responsabilità della Germania per l’accaduto. Il filo rosso che lo lega a Brandt, il Cancelliere che si inginocchiò nel Ghetto di Varsavia, resta saldo.

Il Vice Presidente americano Pence ribadisce le preoccupazioni per l’Iran. E’ il regime più dichiaratamente antisemita al mondo, il solo a teorizzare e praticare la strategia di annientamento dello stato ebraico. E’ una minaccia per la regione e per il mondo qualora si dotasse dell’arsenale nucleare che starebbe accumulando sulle ceneri dell’accordo del 2015. Il delegato americano omette di ricordare che l’accordo è stato denunciato dagli Stati Uniti fra gli atti significativi dell’Amministrazione Trump e che da allora la situazione si è fatta precaria.

Pence invita Netanyahu e il rivale Gantz a Washington, il Presidente Trump illustrerà loro “il piano del secolo”. Il piano per un assetto definitivo del Medio Oriente fu annunciato da Kushner, il genero di Trump, alla conferenza di Manama (Peace for Prosperity,  2019) e tenuto nel cassetto per rispetto al processo elettorale in corso in Israele.  Il paese vota di nuovo il 2 marzo 2020, la terza volta in un anno, dopo che le tornate precedenti hanno visto il pareggio fra Netanyahu e Gantz e l’impossibilità per il Capo dello Stato Rivlin di dare vita ad un governo di coalizione.

L’invito a ambedue i contendenti suona come un invito a sbrigarsi: quale che sia l’esito del 2 marzo, Israele necessita di un governo stabile. Su Netanyahu pesa l’incriminazione per vari reati; a suo favore potrebbe giocare l’immunità che ha chiesto alla Knesset.

I Palestinesi sono i grandi assenti. Il piano, nella loro visione, ne coarta definitivamente le rivendicazioni territoriali in cambio di benefici economici: lo scambio, appunto, di prosperità per la pace. Sancisce quanto Washington ha già riconosciuto: l’annessione di parte della Cisgiordania, la proclamazione di Gerusalemme come capitale dello stato.

La carta palestinese appare meno significativa che in passato. L’area del Grande Mediterraneo, dalla Libia al Golfo, è percorsa da crisi di portata ben più grave. La comunità internazionale si concentra su queste anziché sullo storico nodo israelo-palestinese, tende a considerarlo quasi un affare domestico fra Israele, Palestina, Stati Uniti. Incombe la Russia: la solenne presenza a Gerusalemme getta un’ombra lunga sui futuri assetti, certifica che è riconosciuta come portatrice di interessi nella regione.

di Cosimo Risi

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