L’Europa c’è e quasi si vede (di Cosimo Risi)

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Ursula von der Leyen raddrizza il concetto di Unione riportandolo al principio originario della solidarietà.

La crisi simmetrica della pandemia produce effetti asimmetrici sul piano economico. Alcuni stati membri fronteggiano le conseguenze con i mezzi nazionali o con il modesto ricorso agli europei.

Altri soffrirebbero a contare solo su se stessi, per la crescita vertiginosa del debito e il divario dello spread.

Al dunque la proposta della Commissione è di avere la licenza di indebitarsi dando a garanzia il quadro finanziario pluriennale, i bilanci europei per gli anni a venire.  La crisi è tale da produrre moti sociali difficili da controllare e darebbe spazio a ondate di antieuropeismo proprio nel momento in cui conta l’unità.

L’Unione deve fare chiarezza riguardo ai rapporti interni e trovare l’adeguata collocazione sul piano esterno. La nuova guerra fredda fra Stati Uniti e Cina impone una presa di posizione, per non parlare delle zone di crisi nel Mediterraneo.

Le prospettive di recesso, oltre al precedente di Brexit, sono concrete, ci lavorano i partiti sovranisti e, inconsapevolmente, i partiti europeisti che si mascherano con la frugalità. Ecco allora che Ursula von der Leyen vagheggia il passaggio da un’Unione sostanzialmente menefreghista (crisi migratoria) ad un’organizzazione coesa che nella crisi ritrova  le ragioni dello stare insieme.

Next Generation EU è il piano proposto dalla Commissione, sostituisce il Recovery Plan nel nome e non nella sostanza. Dovrebbe impegnare 750 miliardi di euro, una parte a sovvenzione e una parte a prestito a lunga scadenza.

Il piano ora comincia il percorso a ostacoli nella filiera europea: il passaggio al Consiglio europeo di giugno, la formalizzazione in un documento, il dibattito in seno al Consiglio, il possibile ritorno ad un secondo Consiglio europeo a luglio, la concertazione con il Parlamento. Trattandosi di materia di bilancio, le istituzioni competenti sono tre, tutte avranno da dire e ridire.

Il Parlamento s’è già espresso con le risoluzioni, il  Presidente Sassoli ha evocato il “D – Day” della storia europea, una svolta epocale rispetto al clima di austerità che pervase l’Unione durante la crisi finanziaria dello scorso decennio.

Il  Consiglio europeo è la grande incognita. Le avvisaglie provenienti dalle delegazioni cosiddette frugali lasciano intravedere una riserva di fondo sulle sovvenzioni, a voler esorcizzare il precedente che gli stati membri in maggiore difficoltà siano ripagati dagli stati membri virtuosi. Il contrario del principio di solidarietà alla base dei Trattati, ma poco importa se occorre indicare la via della virtù a quanti l’hanno smarrita.

I problemi procedurali si intrecciano con quelli del calendario. A stretto rigore il pacchetto dovrebbe entrare in funzione con il bilancio 2021. Gli stati membri in sofferenza premono perché alcune misure siano stralciate per l’applicazione immediata.

La Commissione prospetta una soluzione – ponte col ricorso ai residui del bilancio 2020, una decina di miliardi euro. La cifra dovrebbe integrare le risorse decise a valere su MES, SURE, BEI.

Il MES pone in Italia riserve politiche, il Governo ha cercato di superarle dichiarando che lo avrebbe attivato a condizione che altrettanto facesse la Francia. Ma Parigi fa sapere che non intende attivare il MES e ricorrerà al Next Generation EU in misura molto minore rispetto a Italia e Spagna.

L’Italia sarebbe infatti fra i maggiori beneficiari del pacchetto sopravanzando di qualche lunghezza la Spagna e distanziando gli altri. Da contribuente netto del bilancio europeo diverremmo beneficiario netto di questa provvidenza. Non è un motivo di orgoglio.

Lavoriamo perché la condizione di bisogno sia effimera quanto la durata del pacchetto finanziario. Badiamo alle finalità del piano europeo. I settori prioritari di intervento sono coerenti con il Green Deal lanciato dalla Commissione all’insediamento: investimenti nei settori nuovi, nella sanità, nella riforma della PA e della giustizia.

Non devoluzioni  alla spesa corrente né al taglio dell’imposizione fiscale. Qualche esponente politico l’ha subito vagheggiato, tanto per rendere più accidentato il compito dei nostri negoziatori.

di Cosimo Risi

 

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1 COMMENTO

  1. dopo 5 mesi dallo scoppio della pandemia , fare ancora gli astrologi su come, quando, quanto e chi dovrà provvedere cementare le crepe vistose aperte nella nostra economia a finanziare la ripresa ,è sintomatico di quale stato di impotenza lo Stato Italiano è afflitto.
    Anche se in occasione del terremoto dell 80 ci fu, è vero una una corsa al finanziamento facile , la sovranità monetaria di li a poco persa , ci consenti’ di ricostruire le zone terremotate senza chiedere la carità a nessuno.
    E’ umiliante sentire giornaliermente i diktat emessi dai Paesi cosiddetti frugali , le valutazioni e le minacce velate di altri soggetti che si muovono all esterno , e nel contempo affliggersi per la disinformazione pervasiva che non dice mai una cosa essenziale:
    tutti i “recovery” , “fighetty” e “gently” plan sono tutti a debito , per il semplice motivo che saranno pagati con le nostre tasse.
    E arriveranno non solo “a babbo morto” , ma apriranno le porte alla infrazione sul debito e da qui arriverà quella troika tanto amata dai cittadini greci.

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