La didattica della Dichiarazione Schuman (di Cosimo Risi)

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Ha 71 anni e non li dimostra. Di poco più giovane del Presidente del Consiglio incaricato, che porta ancora la riga dei capelli a destra ed ha il sorriso ironico del liceo come nel racconto del compagno di classe Giancarlo Magalli, la Dichiarazione Schuman festeggerà in maggio il genetliaco.

In Italia sta compiendo il miracolo dopo quello, storico, di mettere insieme le produzioni di carbone e acciaio e porre fine alle dispute sanguinose fra Francia e Germania. Le due guerre europee divenute mondiali nacquero nella terra di mezzo che separa i due paesi. Quel terroir oggi produce stupendi vini, il solo conflitto possibile è con l’etilometro.

Il miracolo italiano, al pari di quello del De Sica del neorealismo cinematografico, è la conversione all’europeismo di personaggi che fino a ieri professavano il sovranismo. Teorici del ritorno alla lira, bastava stamparne una congrua quantità e tutti avrebbero ricevuto più soldi. Sostenitori di Donald Trump e inclini a credere, con lui, ai brogli elettorali.  Fautori del referendum che, al pari di quello britannico del 2016, avrebbe condotto all’Italexit.

E infatti, sostenevano, il Regno Unito libero dai vincoli europei vaccina a man bassa, mentre la Commissione centralizza l’acquisto dei vaccini e si fa fregare dalle multinazionali che non li consegnano.

“La pace non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”. L’incipit della Dichiarazione è icastico. La pace degli anni cinquanta è minacciata dalla contrapposizione Est – Ovest e dall’espansionismo sovietico in Europa che divide la Germania e Berlino.

La pace del XXI secolo è minacciata dal ripiegamento del multilateralismo a favore di frizioni bilaterali di ordine commerciale e politico. Con l’aggravante che il mondo pullula di armi di distruzione di massa, a metà del XX secolo  appannaggio solo di USA e URSS.

La pace non è un bene acquisito per sempre, è preciso dovere dell’Europa contribuire a preservarla nel quadro delle tradizionali alleanze. L’Italia è fra i fondatori della Comunità e il terzo paese per PIL, oltre che membro G7 e ora Presidente G20. Sono  responsabilità da onorare a cospetto del mondo.

“L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Nel secondo capoverso della Dichiarazione si avverte il pragmatismo dell’estensore originario: Jean Monnet, imprenditore del cognac e originario appunto del paese di Cognac, Charente.  Le solidarietà di fatto sono quelle che danno vita alla CECA, al mercato unico, per finire a “quantitative easing” e Next Generation EU.

Oltre al celebre “whatever it takes”, la Presidenza Draghi della BCE si distingue per il programma di allentamento quantitativo (quantitative easing) per immettere liquidità nel sistema attraverso l’acquisto di titoli pubblici. E’ una politica non convenzionale della Banca per generare “inflazione buona”, quella cioè idonea a contrastare la deflazione della recessione.

Il programma NGEU  risponde alla stessa logica. Consentire alla Commissione di indebitarsi sul mercato – torna il “debito buono” di cui scrive Draghi sul Financial Times – per conferire prestiti e doni agli stati membri maggiormente provati dalla pandemia. L’Italia è il principale beneficiario. Riceve in anticipo i fondi SURE per la cassa integrazione, anch’essi frutto di indebitamento europeo.

L’intreccio fra politica interna e politica europea ne esce esaltato. L’una si riflette nell’altra e con essa interagisce. Bruxelles e le capitali nazionali sono le punte della stessa rete. Se si rompe una maglia da una parte, ne risente il complesso. Non sorprende quindi l’attenzione con cui le famose Cancellerie europee seguono l’esperimento nel nostro laboratorio.

In un’intervista a Repubblica, Wolfgang Shaeuble, già Ministro delle Finanze dell’austerità e ora Presidente del Bundestag, dichiara che non è detto che il programma creativo della Commissione sia un unicum: se funziona, può ripetersi. All’Italia dimostrare che funziona perché duri: sarebbe il “virus buono” del federalismo.

di Cosimo Risi

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