L’Europa che cambia: parte seconda (di Cosimo Risi)

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Tutto milita affinché il 2019 sia l’anno del cambiamento. Non il vento del cambiamento che spira in Italia a mascherare la malaccortezza nei rapporti internazionali. Si prendano le battaglie verbali con Germania e Francia. A cospetto del mondo, queste battaglie somigliano più ai battibecchi da cortile che alle campagne napoleoniche. E per fortuna.

La Cancelliera federale ci sostiene presso la Commissione affinché approvi provvisoriamente la manovra di bilancio che sfora il fatidico 2%. Il Presidente francese rilascia un’intervista ad un programma serale d’intrattenimento.

I sondaggi si susseguono con alcuni dati comuni. L’alleanza fra liberali – popolari – socialisti democratici dovrebbe ottenere la maggioranza, sia pure perdendo seggi a favore di altre famiglie politiche. Dei Verdi sulla scorta del loro successo in Germania.  Dei sovranisti che sono dati in crescita ovunque.

Su questi ultimi pesano  alcuni fattori. Il primo è la loro frammentazione, il secondo si chiama Brexit.

L’ungherese Fidesz del Premier Orbàn rischia l’espulsione dal PPE per iniziativa dei colleghi svedesi. La sua prassi politica sarebbe incompatibile coi valori popolari. Pesa sul giudizio la procedura avviata dalla Commissione, ai sensi del Trattato, per violazione dei fondamenti dello stato di diritto.

Le minacciate sanzioni non verranno mai decise dal Consiglio europeo, pesa l’immagine negativa che il solo ipotizzarle getta sulla famiglia dei Popolari. Se Fidesz sarà espulso, la decisione peserà sulla manovra della Lega per avvicinarsi al PPE: scontata sarebbe la valutazione degli svedesi circa la sua contiguità cogli ungheresi.

Brexit sottrarrà ai sovranisti la pattuglia dei deputati britannici e soprattutto del gruppo di quel Nigel Farage che, da parlamentare in carica, combatte le istituzioni europee dall’interno (senza ovviamente rinunciare ad alcuna prebenda del ruolo). Farage non prova imbarazzo nella sua strategia da “entrista”.

Dovrebbe invece chiedersi in quale strettoia ha guidato il Regno Unito, complici i Governi Cameron e May, indicando la via facile dell’uscita dell’Unione e del ripristino della sovranità nazionale.

Lo slogan di esordio della stessa May (better no deal than a bad deal) mostra la corda, al punto che si orienta a rinviare la scadenza del 31 marzo. Le previsioni per un’uscita dirompente sono di segno negativo.

Il PIL perderebbe vari punti percentuali (fino al 9%?), la disoccupazione crescerebbe, la sterlina si svaluterebbe. Il Gruppo Range Rover – Jaguar, che pure produce vetture smaglianti, starebbe per licenziare migliaia di effettivi scontando le prossime difficoltà di mercato.

Il divorzio costa, come sanno tutti quelli che in privato divorziano, inutile illudersi che altre relazioni soccorrano. Non pare proprio che l’America di Trump sia pronta a rimpiazzare i Ventisette come partner privilegiato di Londra.

La maggioranza che uscirà dalle urne avrà titolo ad esprimere il candidato alla Presidenza della Commissione al posto dell’uscente Juncker. Due nomi già sono in corsa: Manfred Weber per i Popolari, Frans Timmermans per i socialisti e democratici.

Tedesco ed europarlamentare il primo, olandese e Vice Presidente della Commissione il secondo. Due esponenti del Nord che, con diverse sfumature, avranno uno sguardo attento sui conti degli stati membri del Sud.

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